Di calendari, e buone e cattive intenzioni

Nicoletta Bourbaki
10 min readJan 31

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Nel 2020, proprio in questi giorni, in una due-giorni savonese, abbiamo cominciato a pensare a un libro (e non a una serie di post) “a partire dal caso Ghersi”. Il libro è stato pubblicato da Alegre lo scorso ottobre con il titolo La morte, la fanciulla e l’orco rosso. Ne pubblichiamo ora le conclusioni, con alcuni minimi aggiustamenti necessari per adattarle alla loro condivisione online.

C’è qualcosa di più misterioso e incomprensibile nel potere, nelle lacune, nelle discrepanze della memoria che nelle altre facoltà dell’intelletto.

(Jane Austen, Mansfield Park)

È ormai urgente interrogarsi sul significato del calendario di occasioni, giornate internazionali, anniversari che ci impegnano incessantemente, perlopiù sui social network. Ogni giorno un post, ogni giorno un meme, ogni giorno una frase anche mal attribuita: il rito ha superato il significato e mentre inseguiamo la nuova ricorrenza eventi storici vengono risignificati e “normalizzati”.
Abbiamo aperto La morte, la fanciulla e l’orco rosso con la notizia dell’intitolazione di una serie di strade, nel 2019 in un comune della provincia di Taranto, a «donne, forti, tenaci, che hanno sacrificato anche la loro vita per i giusti ideali» trovando accanto a madre Teresa anche Giuseppina Ghersi. Non serve ora soffermarsi sui «giusti ideali» per i quali Giuseppina Ghersi ha «sacrificato la [propria] vita», ma vale la pena tornare sull’occasione di questa scelta odonomastica: l’8 marzo, la Giornata internazionale della donna. Una delle date fatali, appunto.
Come liberarci da questa nuova ossessione dei nostri tempi?
Rallentando, prima di tutto. Prendendoci il tempo per capire, leggere, conoscere. Nel caso di eventi storici o di giornate memoriali di eventi storici, per comprendere il contesto e non solo quello che ha prodotto l’evento, ma anche la sua “celebrazione”. Questo chi lo dice? E perché?, per ripetere il titolo della nostra guida didattica. E ancora: questo chi lo celebra? Perché? Come lo celebra? Quale significato assume l’evento storico nel presente della sua commemorazione?
Sono domande da porsi non solo quando si fa una ricerca storica.

L’utilizzo strumentale del passato con finalità politiche da spendere nel presente non ha nulla di nuovo, ma oramai le politiche memoriali si sono fatte pervasive in Italia, con iniziative sia parlamentari sia a livello regionale che, così come saturano di celebrazioni il calendario civile, svuotano e mistificano gli eventi storici la cui conoscenza si vorrebbe, anche nelle migliori intenzioni, promuovere. Davide Conti nella sua recente riflessione Sull’uso pubblico della storia sottolinea come l’Italia negli ultimi vent’anni abbia rappresentato «un laboratorio sperimentale di una involuzione storico-memoriale che possiamo definire “populismo storico”» (p. 19). Oggi il populismo storico — ossia l’uso pubblico della storia che distorce il senso degli eventi e viene usato come “forma della politica” con ricadute materiali sulla vita sociale — è un percorso realizzato, i cui effetti sono dispiegati e con cui è ineludibile confrontarsi.
Accanto al calendario, alla ritualità delle istituzioni, del tentativo di costruire una memoria condivisa e politicamente orientata all’autoassoluzione e alla vittimizzazione corrono anche i resoconti manipolati e falsificati.

Un vademecum

Il continuo interrogare (e interrogarsi), va da sé, non è sufficiente ad arginare la diffusione di narrazioni manipolate o false, narrazioni che usando le parole di Adriano Prosperi «fondono insieme l’informazione storica slegata, ideologizzata e in pillole anonime (“l’ho letto su Internet”) e brandelli di vissuto individuale» (Un tempo senza storia. La distruzione del passato, pp. 16–17). Rappresenta però un passo necessario, la giusta disposizione per un conflitto sul lungo periodo. È così che abbiamo affrontato il lungo lavoro che ha portato alla scrittura di La morte, la fanciulla e l’orco rosso.
Quella disposizione iniziale col procedere della ricerca si è fatta convinzione e ci ha persuaso che il materiale complessivo della nostra ricerca si prestasse a un’analisi con valore generale e che le storie liguri di cui ci siamo occupati (il “caso Ghersi” e “l’invenzione dell’eccidio del Monte Manfrei”, ma anche gli «orrori» della Colonia di Rovegno), considerate nel loro insieme, fossero l’occasione per Nicoletta Bourbaki non solo di presentare quanto contiene la cassetta degli attrezzi che negli anni abbiamo approntato, ma anche di mostrare gli utensili all’opera.

Frontespizio della prima edizione francese di “Apologie pour l’historie ou métier d’historien” (Marc Bloch, 1949).

Nel 2016 Wu Ming ha pubblicato su Giap un vademecum, una prima serie di sette punti da cui cominciare a valutare un fatto storico, in cui vengono presentati i principali insegnamenti che si possono trarre da Apologia della storia o Il mestiere di storico, il volume postumo che raccoglie le riflessioni di Marc Bloch, partigiano e storico, fucilato dai nazisti il 16 giugno 1944. Il vademecum elenca le tracce da seguire in una ricerca che sono insieme la “lista di controllo” da verificare davanti al resoconto di un episodio storico, vademecum che abbiamo ripreso e adattato al nostro lavoro.

1. L’autenticità di un documento non implica l’autenticità del suo contenuto.
Un foglio trovato in un archivio può essere autenticamente del 1943, e al tempo stesso essere pieno di asserzioni prive di riscontro e di basi fattuali. Il passato, da solo, non conferisce veridicità a un documento, una panzana non diventa vera solo perché “vintage”.

2. Nemmeno l’archivio conferisce veridicità a un documento, come non gli conferisce autorevolezza.
Gli archivi raccolgono di tutto. Se un documento viene trovato in un archivio rinomato non per questo dice il vero né il suo contenuto ha alcun “sigillo di garanzia”.
Quale che sia la provenienza, ogni singolo documento va passato al vaglio mettendolo a confronto con fonti diverse che riguardano lo stesso episodio; così è stato possibile durante la nostra ricerca collocare la data del verbale d’interrogatorio a Laura Mongolli, la madre di Giuseppina Ghersi, all’anno corretto: anche un banale errore di battitura, se si accoglie con leggerezza la veridicità di un documento, può indurre in un erroneo inquadramento generale di una ricostruzione.

3. L’esserci stato non conferisce autorità a un testimone né veridicità al suo racconto.
Bisogna capire dove è stato il testimone e come, in quale condizione d’animo e a quanti “gradi di separazione” dall’evento che racconta. Sappiamo anche per esperienza comune che i ricordi si modificano nel tempo e l’esperienza di un testimone è sempre soggettiva e parziale. Nelle pagine di La morte, la fanciulla e l’orco rosso mostriamo quanto una testimonianza a proposito del cimitero di Zinola, dove è stato ritrovato il cadavere di Giuseppina Ghersi, sia ricca di dettagli shock, riportati con sorprendente precisione nonostante il presunto testimone fosse giovanissimo al tempo dei fatti e nonostante i molti anni passati tra gli eventi e quel racconto, che risulta invece privo di elementi utili a un’affidabile ricostruzione dell’accaduto.
Considerandola una fonte, al pari di quelle di altro tipo, anche una testimonianza va inserita nel suo contesto e messa a confronto con altre fonti, così come le fotografie. E quando nulla apporta alla ricostruzione di una vicenda, come nel caso delle fotografie spesso utilizzate nelle narrazioni del caso Ghersi, è lecito valutare se utilizzarla o meno.

4. Le trappole della ricerca si fanno ancora più insidiose quando il ricordo dell’evento è in realtà ricordo del racconto dell’evento, vale a dire quando la testimonianza è di seconda mano, fornita da un parente del presunto testimone diretto o è ancora più lontana dai fatti.
Prestiamo attenzione a frasi apparentemente innocue come «in paese si è sempre detto che…».

5. Senza questo approccio critico nei confronti delle testimonianze, si rimane al dettaglio che colpisce l’attenzione del profano, e si finisce per riportarlo senza filtri.
Se qualcuno ci dice che sua sorella giocando su un prato quand’era ragazzina ha trovato un piede umano, abbiamo il dovere di chiedergli di approfondire: che anno era? Sua sorella ha chiamato i carabinieri? L’area è stata perlustrata? Si è poi scoperto di chi fosse quel piede? Se non facciamo la seconda domanda quel piede resta un dettaglio macabro, morboso. Un dettaglio privo di contesto, insignificante e inutilizzabile a fini storiografici ma molto buono per impressionare chi legge.
Nelle narrazioni sulle vicende del monte Manfrei — un “crimine partigiano” inventato di sana pianta, a cui avevamo dedicato una prima inchiesta pubblicata su Giap nel 2018, poi integrata per la pubblicazione in La morte, la fanciulla e l’orco rosso — la parte del particolare sbalorditivo la giocano la grande esplosione volta a nascondere i corpi e le decine di fosse sparse qua e là nel territorio. A chi riporta che la vedova di un milite della Guardia nazionale repubblicana (per nulla coinvolto con le vicende del Manfrei) racconta di quell’esplosione e di quelle fosse abbiamo il dovere di chiedere se è stato identificato il luogo dell’esplosione, se le vittime sono state identificate, se sono stati recuperati dei corpi e soprattutto se i corpi recuperati corrispondono alle presunte vittime.

6. Una volta trovato un documento, per prima cosa dobbiamo chiederci se siamo i primi ad averlo trovato; dopodiché, dobbiamo inserirlo nel contesto delle conoscenze e acquisizioni storiografiche sull’argomento. Solo a quel punto potremo divulgarlo e parlarne in modo serio e coerente.
Così abbiamo fatto per l’appunto a matita sul registro parrocchiale che segnala l’uccisione di Giuseppina Ghersi nel 1945 «quale spia fascista» e il fatto che si vantasse di aver fatto uccidere sette antifascisti. Diversamente si è regolato chi ha parlato del tema scolastico che avrebbe causato la morte di Giuseppina: un componimento premiato da Mussolini, o comunque che conteneva un encomio al duce. Nella documentazione disponibile non abbiamo rintracciato alcun tema; nell’Archivio centrale dello stato però è conservata, tra le migliaia ricevute da Mussolini, quella lettera scritta da Giuseppina Ghersi che abbiamo descritto e analizzato.

7. Un’altra cautela da osservare è chiedersi se una storia è plausibile o semplicemente suona plausibile perché si accorda con dicerie, sentiti dire e stereotipi diffusi.
Bloch scrive: «Quasi sempre l’errore è orientato in anticipo. Soprattutto esso si diffonde e prende radici solo se si accorda con le convinzioni preconcette dell’opinione comune; diventa allora come lo specchio in cui la conoscenza collettiva contempla i propri lineamenti». Sono convinzioni accomodate da soggetti che non sono in genere disinteressati né innocenti, come abbiamo evidenziato poco sopra. E infatti Bloch aggiunge: «Perché l’errore di un testimone divenga quello di molti uomini, perché una cattiva osservazione si trasformi in una voce falsa, occorre anche che lo stato della società favorisca questa diffusione».

Non per tutti i punti del vademecum è possibile fornire un esempio legato alla ricerca presentata nelle pagine di La morte, la fanciulla e l’orco rosso; del resto, questi casi non devono presentarsi per forza. Quello che importa è vagliare tutti i punti, averli presenti tutti, tenerli a portata di mano come ferri del mestiere in un’ordinata cassetta degli attrezzi. I nostri utensili però non sono finiti.
Nel vademecum si dedica molto spazio alle testimonianze, e non senza motivo. Le testimonianze infatti sono il maggiore punto di conflitto nonché il puntello principale delle narrazioni storiche manipolate o false, specialmente quelle che riguardano i “crimini” dei partigiani.
Alle buone pratiche di questo vademecum va dunque affiancata una riflessione sulle modalità con cui tali narrazioni prendono forma e si diffondono, via via variando e mutando; modalità che in questi ultimi anni sempre di più somigliano alle caratteristiche delle fan fiction. Sì: proprio quelle dei racconti ispirati a trame e personaggi di fumetti, cartoni animati, film e romanzi fantasy che appassionati e appassionate elaborano e fanno circolare in rete. Più correttamente: le narrazioni storiche manipolate o false che circolano maggiormente in questi anni, quelle che più frequentemente troviamo diffuse e replicate nei social network e nel discorso pubblico sono il prodotto del lato oscuro e reazionario delle fan fiction, di cui riprendono in tutto o in parte a seconda dei casi alcune funzioni: ricontestualizzazione, a colmare vuoti della ricostruzione storica; rifocalizzazione e riallineamento morale, portando al centro della scena personaggi ideologicamente affini all’autore della narrazione; crossover, confondendo i confini tra vicende diverse e tra loro lontane; intensificazione emotiva ed erotizzazione.
Gli elementi caratteristici e ricorrenti, la genesi e l’evoluzione delle narrazioni vanno dunque studiati allo stesso modo dei documenti, con la medesima attenzione; diversamente il rischio è che gli utensili del metodo storico mal lavorino e perdano efficienza ed efficacia di fronte alle narrazioni storiche manipolate o false.

Resistenza

Una riflessione è andata fortificandosi in questi dieci anni di attività di Nicoletta Bourbaki.
La Resistenza non è un monolite inscalfibile bensì un evento umano, un lungo evento umano durato venti mesi ma preparato nei vent’anni precedenti e che continua, se non ne facciamo una semplice data in cui postare una fotografia commovente. Quando Beppe Fenoglio fa dire a Cocito nel Partigiano Johnny che «partigiano, come poeta, è parola assoluta, rigettante ogni gradualità» sta facendo un discorso importante sulla necessità di trovare una ragione (teorica e pratica, teorica o pratica) alla lotta. «Ognuno di voi è infallantemente sicuro di riuscire un partigiano. Non dico un buon partigiano, perché partigiano, come poeta, è parola assoluta, rigettante ogni gradualità»: questa la citazione più ampia. Partigiano, partigiana non è una parola che ha bisogno di aggettivi per qualificarsi.
Di ogni evento umano la Resistenza ha la complessità, le contraddizioni. Alleniamoci a guardarle tutte. Avviciniamoci senza timore a quella che vogliono mostrarci come una roccia liscia, senza appigli, non scalabile: da vicino potremo coglierne la scabrosità, l’ambivalenza delle storie individuali che si tessono in un grande racconto collettivo. Guardiamola sulle montagne dei boschi e delle malghe, tra i vigneti delle Langhe, lungo i sentieri dell’Appennino, e anche in città, nelle fabbriche, nelle campagne. Guardiamola con tutte le sue umanità, nelle differenti fasi e nelle conquiste, quelle acquisite e quelle mancate. Studiamola fatta da donne e uomini che hanno lottato e poi hanno dovuto “tornare a casa”.
Non si tratta solamente di liberare il passato dalla morsa della memoria per inquadrarlo correttamente nella storia, non si tratta solo di sabotare quella “macchina per dimenticare”, parafrasando Prosperi, rappresentata da questa involuzione storico-memoriale tesa a imporre la lettura di un dato evento o di un certo periodo storico. Quello che ci troviamo ad affrontare è un conflitto con ricadute reali e materiali sulle condizioni di vita, dato che il calendario civile informa il modo di essere della società e lo indirizza. Un conflitto che comporta un corpo a corpo con le contraddizioni del nostro tempo, la cui posta in gioco è la possibilità di una società, a venire, più giusta. Il 25 aprile è un impegno quotidiano.

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Nicoletta Bourbaki

Nicoletta Bourbaki è un gruppo di lavoro sul revisionismo storiografico in rete e sulle false notizie a tema storico, nato nel 2012 su Giap.