«L’antifascismo e il suo contrario», di Luca Casarotti

Nicoletta Bourbaki
5 min readNov 2, 2023

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È uscito da pochi giorni il pamphlet di Luca Casarotti L’antifascismo e il suo contrario (Edizioni Alegre). Segnalarlo è doveroso: Luca è membro del nostro gruppo di lavoro. Più nello specifico, è tra gli autori e le autrici di La morte, la fanciulla e l’orco rosso. Non a caso quest‘opera “solista” esce per lo stesso editore e nella stessa collana di quella collettiva. L’antifascismo e il suo contrario è frutto di riflessioni fatte insieme, di percorsi comuni, di confronti serrati. Abbiamo deciso di estrarne e pubblicarne un capitolo, il n.21. Nel libro si intitola «Antifascismo scientifico», qui abbiamo apposto un titolo redazionale, tratto da una delle indicazioni più importanti. Buona lettura. NB.

Aspirare alla precisione come stile di militanza

Presentando a Milano il libro di Nicoletta Bourbaki, La morte, la fanciulla e l’orco rosso, lo storico Jacopo Perazzoli ha chiesto a Benedetta Pierfederici e a me, che impersonavamo Nicoletta per l’occasione: «Secondo voi l’antifascismo dev’essere scientifico?». Memori della formula antiutopistica marx-engelsiana, non potevamo che rispondere di sì, e molto convintamente.

È ovvio, la quasi totalità delle persone che portano ora avanti la militanza antifascista appartiene alle generazioni venute dopo i vent’anni del fascismo regime e dopo la Resistenza. Per noi testimoniare è impossibile, e la dimensione della memoria è necessaria ma insufficiente. Noi fondiamo la nostra militanza su una dottrina politica, l’antifascismo, che è concretamente avvenuta, vale a dire che ha la sua storicità. Il tempo che ci separa dai fatti di cui è consistita la Resistenza ci consente, ma anche ci impone, di conoscere quei fatti con l’accuratezza della storiografia: e ci impone pure di apprezzare lo sforzo notevole di chi, avendo fatto diretta esperienza di una parte di quegli eventi, ha voluto superare i confini della memoria e mettersi alla prova della ricerca storica, con la coscienza del rischio di sovrapporre i ricordi all’indagine «scientifica».

Scrive Claudio Pavone, nell’elegante introduzione alla storiografia contemporaneistica consegnata alla collana delle “prime lezioni” di Laterza: «La già difficile prova della necessità di coniugare la consapevolezza di non potere essere “obiettivi” con il dovere di non essere arbitrari, di doversi immedesimare senza rinunciare a prendere le distanze, è per gli storici dell’età contemporanea particolarmente ardua». Concetto che Pavone già esprimeva nella premessa al suo Saggio storico sulla moralità nella Resistenza: «Chi nei suoi anni giovanili è stato avvolto da uno di questi grandi eventi stenta a trasmetterne tutta la ricchezza alle nuove generazioni e, se cerca di farlo con una ricerca storica, nella selezione delle fonti si insinua la silenziosa selezione compiuta in tanti anni dalla memoria». Si sa che l’appunto era anche autobiografico: Pavone non ha infatti soltanto studiato la Resistenza, ma l’ha anche fatta: a Roma con i socialisti e poi, dopo un anno di galera, a Milano con il Partito del lavoro. E prima di lui altri scrittori della storia resistenziale, da Roberto Battaglia a Giorgio Bocca, si sono trovati a coprire il duplice ruolo. A maggior ragione noi, che non abbiamo l’esimente del coinvolgimento personale, dobbiamo farci carico di sapere, e sapere criticamente, la storia dell’antifascismo al cui nome ispiriamo la nostra militanza.

Significa che in ogni antifascista deve abitare un contemporaneista di vaglia? Certamente no: se così fosse, sarei io il primo a non potermi dire antifascista. Significa invece che, oggi ancor più che in passato, sulla storia dell’antifascismo e della Resistenza abbiamo virtualmente accesso a molte delle informazioni affidabili e delle interpretazioni consistenti che ci servono.

Letteralmente con un clic, talvolta pure gratuitamente, possiamo aprire la Storia della Resistenza di Roberto Battaglia, il Saggio sulla moralità di Pavone, o la Resistenza in Italia di Santo Peli, e di lì accedere a una messe di fonti di prima mano. Neanche possiamo accampare la scusa del poco tempo, perché alle vite occupate può sempre venire in soccorso il libro di Chiara Colombini, Anche i partigiani però…, che per accuratezza non sfigura accanto ai classici del genere, di cui oltretutto offre una rassegna molto utile, ma che ha la particolarità di avere — come si dice — un orientamento topico; cioè di essere scritto seguendo, e contrastando, gli argomenti della polemica antipartigiana più corriva, quindi più ostinata e diffusa, frutto maturo dell’uso propagandistico del passato.

“Virtualmente”, dicevo, perché messa così è troppo semplice: e soprattutto sembra solo una questione di individuale buona volontà di studiare. Ma la buona volontà può fino a un certo punto, a fronte di un problema strutturale: ho fatto l’esempio di libri che oltre al tema resistenziale hanno in comune il pregio di essere scritti in una prosa saggistica invidiabile; ma senza dubbio sono libri che mettono alla prova chi legge, sia per la mole (soprattutto Battaglia e Pavone), o per il bagaglio di conoscenze che danno per presupposto. Con il che si ritorna al problema di un’acculturazione storica deficitaria. Più del disinteresse, il sintomo da indicare è l’aporia duplice e simmetrica di studenti che da un lato chiedono soprattutto alla scuola un surplus di formazione, e d’insegnanti che dall’altro devono svolgere un programma sterminato in un monte ore ridicolmente esiguo. Dell’assunzione di responsabilità da parte delle storiche e degli storici abbiamo già detto. Ma l’alfabetizzazione storica non chiama soltanto in causa le agenzie educative a cui spetta il compito istituzionale d’impartirla; interessa anche il modo in cui si conduce una militanza politica.

Non c’è dubbio che sulla funzione progressiva così assegnata alla conoscenza storica influisce la mia formazione politica. Lo dice Pavone, sempre nella Prima lezione di storia contemporanea: «Era del resto nella tradizione marxista, fin dai suoi iniziatori, l’ambizione di scrivere a caldo saggi in cui la interpretazione storica fosse funzionale alla battaglia politica».

Ambizione di cui va esplicitato anche un altro risvolto. Se il cattivo uso del passato genera una cattiva informazione storica, e se questa cattiva informazione storica è pervasiva, un’avanguardia di intellettuali non può pensare di risolvere da sola il problema. Per cui occorre che la dimestichezza con i fondamenti della pratica storica sia diffusa. Il che, lo ripeto, non significa vagheggiare un esercito popolare di liberazione della storia, composto di legioni di Marc Bloch armati ognuno della sua geniale monografia. Di Re taumaturghi è già tanto se ne si scrive uno per secolo. Significa che all’altezza delle mistificazioni propagandistiche più tenaci, che si riproducono velocemente proprio perché elaborarle e poi ripeterle non richiede alcuno sforzo, si può intervenire efficacemente a condizione di non delegare il compito a pochi eletti. So che suona retorico, ma si tratta esattamente di questo: aspirare alla precisione come stile di militanza; di modo che l’imparzialità presunta non sia l’alibi per non prendere posizione, e lo schieramento dichiarato non sia l’alibi per mancare di rigore. E di modo che l’avversario non trovi punti deboli da colpire, lasciando invece scoperti i suoi. Quest’ultima frase è inutilmente agonistica, si dirà: ma nella sanità del conflitto d’idee si misura la compiutezza della democrazia.

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Nicoletta Bourbaki

Nicoletta Bourbaki è un gruppo di lavoro sul revisionismo storiografico in rete e sulle false notizie a tema storico, nato nel 2012 su Giap.