Una «storica lezione ai nazionalismi»

Disertori italiani a Tolmin

Perché occuparsi di una guerra di cento anni fa, quando il mondo cade a pezzi ora?

La domanda è in apparenza astratta ma la risposta si fa via via più concreta man mano che ci si avvicina al confine orientale italiano, in Friuli Venezia Giulia, dove da un secolo la storia è il laboratorio in cui si costruiscono le politiche del presente e del futuro del territorio e si riannodano i fili del discorso sulla nazione. Di questo laboratorio mitopoietico incessante se ne è occupato Wu Ming 1 in un reportage per Internazionale dal quale è stato tratto poi il libro Cent’anni a Nordest. Viaggio tra i fantasmi della «guera granda». Dal tema è scaturito un intero cluster di post e discussioni su Giap al quale Nicoletta Bourbaki ha preso parte attiva.

I fascisti del terzo millennio da tre anni volteggiano come avvoltoi sopra il Friuli Venezia Giulia. Il 23 maggio 2015 a Gorizia si servirono del centenario dell’entrata in guerra dell’Italia per rilanciare la loro presenza sul territorio (una sede locale di Casapound fu aperta poco tempo dopo) con un’adunata nazionale in forma di lugubre parata militaresca. Il corteo antifascista transnazionale che si oppose a quello sfregio (in una città che dalla “guera granda” fu rasa al suolo e che nella seconda guerra fu medaglia d’oro alla resistenza antifascista) fu lasciato solo dalle istituzioni, se non addirittura criminalizzato come un assembramento di pericolosi sovversivi: lo stesso trattamento riservato cento anni prima ai disertori e ai renitenti. Il giorno successivo, del resto, a Trieste “l’esercito marciava” in una parata commemorativa che lanciava messaggi poco distinguibili da quello neofascista. Un’ottima analisi di quella vicenda la fece all’epoca Tuco:

Casapound non vinse poi le elezioni a Gorizia, non nelle urne almeno. Ma la coalizione di “centrodestra” uscita vincitrice si fece dettare l’agenda politica in modo quasi maniacale dalla compagine neofascista, perlomeno sul tema dei migranti (cfr. la vicenda di “Galleria Bombi” — vedi il reportage di Ivan Grozny Compasso). Non a caso quel 23 maggio un’assessora di quella stessa giunta era salita sul loro palco a fianco al leader nazionale di Casapound Di Stefano.

Tra pochi giorni a Trieste la stessa formazione neofascista vuole ripetere l’exploit di Gorizia, sfruttando il centenario della fine della prima guerra mondiale. Questa volta le reazioni istituzionali sono state giocoforza meno indifferenti per via della sovrapposizione con l’anniversario della proclamazione delle leggi razziali, annunciate da Mussolini proprio in Piazza Unità a Trieste 80 anni fa. Il legame tra i due anniversari non è casuale: prima di tenere il suo discorso a Trieste, in quello stesso giorno del 1938 “il duce” aveva inaugurato il sacrario ai caduti della “Grande guerra” a Redipuglia. Le “terre irredente” furono infatti fin da subito, già durante la guerra, laboratorio del razzismo di stato italiano, con le persecuzioni etniche degli sloveni e dei Croati.

Come tre anni fa anche quest’anno ci sarà una celebrazione ufficiale del centenario, il 4 novembre, con la partecipazione delle forze armate. Ma sarà una celebrazione troppo simile nei contenuti a quella neofascista per costituirne un contraltare anche solo teorico. Le due manifestazioni, piuttosto, si alimenteranno l’un l’altra. Il culto dei caduti di quella guerra a suon di marcia armata, per quanto imbellettato di atteggiamenti pietosi, commemora e fa inevitabilmente proprio il significato eversivo di quell’evento: la trasformazione della società in una caserma, per usare le parole della storica Giovanna Procacci. Quelle sfilate armate ricordano soldati trasformati in obbedienti cadaveri che gridano “presente!”, come sulla scalinata di Redipuglia.

Non ricordano di certo gli uomini uccisi e mutilati dagli attacchi insensati scatenati da folli comandi, o i milioni di donne e uomini costretti alla fuga, segregati nei campi profughi, o i disertori, i renitenti, i pacifisti, gli ammutinati e coloro che la guerra portò alla pazzia.

Sono queste le storie in grado di togliere il terreno da sotto i piedi ai fascisti e ai razzisti, gli squarci della realtà di allora catturati da sguardi d’infilata tra i paramenti della commemorazione ufficiale, gli sguardi obliqui coi quali il collettivo Wu Ming ha narrato quella guerra nel libro L’Invisibile ovunque, coi quali il Wu Ming Contingent l’ha cantata e suonata nell’album Schegge di shrapnel e coi quali Piero Purich l’ha narrata, suonata e cantata nella conferenza-concerto Rifiuto la guerra!

Queste storie le racconteremo domani a Trieste per dare una «storica lezione» ai nazionalisti e ai fascisti di ogni tempo. Guardare a quella guerra e a quei fili spinati dal basso a un secolo di distanza, mentre nuove guerre e nuovi fili spinati riappaiono ovunque, è un’arma di conoscenza per ritrovare la strada verso un mondo nuovo, senza guerre e senza frontiere.

Per maggiori dettagli:

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Nicoletta Bourbaki è un gruppo di lavoro sul revisionismo storiografico in rete e sulle false notizie a tema storico, nato nel 2012 su Giap

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Nicoletta Bourbaki

Nicoletta Bourbaki

Nicoletta Bourbaki è un gruppo di lavoro sul revisionismo storiografico in rete e sulle false notizie a tema storico, nato nel 2012 su Giap

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